Le parole feriscono, ma spesso fa più male l’indifferenza


“Quando oggi leggiamo delle deportazioni degli ebrei sotto il nazismo, ci chiediamo: certo, le popolazioni non sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il totalitarismo e il terrore, a far chiudere gli occhi. Oggi no. Una quieta, rassegnata indifferenza, se non anche una infastidita avversione, sul Mediterraneo. L’Occidente ad occhi chiusi.” (Avvenire, 21/08/09).

Sono rimasta profondamente turbata dall’editoriale di Avvenire del quale ho riproposto la frase più significativa, e mi sono chiesta se come allora, anche oggi, l’Italia non vuole vedere. Vorrei che ci fermassimo a riflettere su dove ci sta portando la politica del personalismo, dell’individualismo e della demagogia, su come si stanno trasformando le nostre migliori tradizioni di accoglienza in una metodica e artificiosa demonizzazione dello straniero e del diverso, come stiamo perdendo, pian piano, la nostra umanità, anche nelle piccole cose di ogni giorno. Possibile che ci stiamo abituando ad evitare i problemi, girandoci dall’altra parte? Noi che non viviamo gli orrori della guerra, della persecuzione e della paura, dai quali quei 78 uomini stavano fuggendo non possiamo permetterci di rimanere indifferenti, di abbandonare al proprio destino chi vive nel terrore. Sapere che alcune imbarcazioni hanno incrociato quel gommone, colmo di cadaveri o di disperati, e hanno proseguito sulla loro rotta o il rimpallo delle responsabilità tra le nostre autorità e quelle maltesi dovrebbe suscitare sdegno in ogni persona che ha a cuore il bene dell’umanità.
Anche se non è il momento opportuno ( così mi si dice…) e non è certamente politicamente corretto parlare di accoglienza ed integrazione, penso che occorra ritrovare il coraggio di parlare senza timore, per evitare che tragedie come questa si ripetano.

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