Iraq, le case cristiane marchiate: come facevano i nazisti


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Sugli edifici di Mosul la lettera Nun, iniziale di Nassarah, la parola usata per i seguaci di Gesù. La denuncia di una giornalista di fede musulmana che ha lanciato una campagna di solidarietà

 

IL MARCHIO d’infamia è stato impresso in vernice nera, con bombolette spray e trasferibili, sulle case di Mosul da cui stanno fuggendo i cristiani iracheni: a noi sembra una mezzaluna sormontata da una stella, nell’alfabeto arabo è la lettera Nun, cioè l’iniziale di Nassarah, Nazareno, il termine con cui il Corano indica i seguaci di Gesù di Nazareth.

Un marchio, appunto. Imposto dalle milizie dell’autoproclamatosi califfo al-Baghdadi agli infedeli per i quali non c’è posto nello Stato islamico dell’Iraq e del Levante a meno che si convertano, soggiacciano a una speciale tassazione, subiscano la devastazione dei loro antichi luoghi di culto e la confisca dei beni. Evoca involontariamente un segno salvifico, la striscia di sangue tracciata sulle case degli ebrei schiavi in Egitto al fine di proteggerli dalla strage dei primogeniti. Ma non è certo il libro dell’Esodo a essere richiamato da questa odiosa schedatura. Semmai torna alla mente la stella di Davide imposta dai nazisti agli innocenti perseguitati per la loro origine etnica.

È stata una giornalista irachena di fede musulmana, Dalia al-Aqidi, a denunciare per prima l’abominio di Mosul. Dando vita a una campagna di solidarietà, “Siamo tutti Nun”, di cui si è fatta capofila la tv libanese Lbci. Un’altra donna coraggiosa, Dima Sadek, è apparsa in video indossando una maglietta recante quel simbolo. Il segno di una maledizione che dilaga a macchia d’olio là dove si dissolvono gli Stati-nazione mediorientali; e il fanatismo religioso ritorna a essere uno strumento di dominazione violenta.

I guerrieri islamisti che si sono impossessati della rivolta popolare siriana contro la dittatura di Assad – anche per la colpevole inerzia delle democrazie occidentali che non hanno sostenuto per tempo le sacrosante istanze di libertà della primavera araba – manovrano cinicamente la leva del terrore. Hanno diffuso video crudeli di esecuzioni sommarie e crocifissioni, prima di questa vergognosa schedatura delle case. Ma non è certo la fede religiosa a muoverli. Sono miserabili saccheggiatori e violentatori di donne. Il loro è né più né meno un disegno di potere. La loro propaganda dell’Isis contempla remote minacce di sottomettere Roma, ma la loro strategia mira alla conquista delle capitali arabe, a cominciare da Bagdad e Damasco, scommettendo che subito dopo possano cadere nelle loro mani anche la fragile Giordania e la ricca Beirut. Vogliono portare a termine il disegno egemonico in cui ha fallito Al Qaeda. Sono crudeli ma realisti: la sfida a Israele non rientra nei loro piani immediati di conquista del mondo arabo.

Così la sfida lanciata contro le comunità cristiane dell’Iraq, costrette a una tragica fuga con cui viene recisa una convivenza millenaria, diviene il simbolo della volontà iconoclasta di fare tabula rasa della storia e della civiltà della regione. Se non venissero fermati in tempo, infine marcerebbero sulla Mecca e magari su Teheran. In un assetto mondiale sempre più pluralista e cosmopolita, l’Isis che perseguita i cristiani sembra rappresentare un anacronismo. Ma è invece il frutto avvelenato della fragilità delle democrazie, incapaci di presentarsi come modello realizzabile anche sulla sponda sud del Mediterraneo; riproposta come terra di califfati e emirati, dalla irachena Mosul alla libica Bengasi. Gioca a loro favore il sostegno di cui troppo a lungo hanno goduto dittature spietate, proprio ora che, dopo il fallimento delle rivolte arabe, serpeggia fra gli Stati Uniti e l’Europa il miraggio della restaurazione: affidare di nuovo ai raìs, come il generale egiziano Al Sisi, la compromessa stabilità di tutta l’area.

Oggi il marchio Nun impresso sulle case dei cristiani offende la nostra coscienza e ci impone di non ignorare più a lungo il pericolo imminente. Viene da pensare alle nostre due giovani volontarie cattoliche, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, trascinate a Aleppo dal nobile impulso di fare del bene, di soccorrere i bambini siriani. Forse chi le ha sequestrate pretende di dirci che per i cristiani laggiù non c’è più posto, neanche quando si presentano con un ramoscello d’ulivo e con un sorriso disarmato.

L’idea che come al tempo delle crociate il mondo debba essere spartito per appartenenze territoriali conquistate con le armi – la terra dei musulmani, la terra dei cristiani, e nessuna terra per gli ebrei – è antistorica. Vuole indurre anche noi a cedere alla tentazione delle democrazie blindate declinanti sulla via dell’apartheid. Magari a marchiare per ritorsione le case dei musulmani. Ma questo non può essere il nostro futuro, questa sarebbe la nostra fine. Mi auguro che si levi forte, stavolta, e per prima, una voce civile dell’Islam, deturpato da quella lettera Nun.

Gad Lerner, Repubblica 09 agosto 2014