Inaugurerà sabato prossimo, 10 ottobre, il percorso di visita alla “Peschiera Ducale”


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Inaugurerà sabato prossimo, 10 ottobre, il percorso di visita alla “Peschiera Ducale”, aperto nel week end del FestivalFilosofia ma oggetto di un’inaugurazione con visita guidata e conferenza storica proprio nel secondo sabato di Fiere d’Ottobre.
A partire dalle ore 16 si terranno gli interventi di Sabrina Magrini, Segretario regionale MIBACT per l’Emilia Romagna e del Sindaco di Sassuolo Claudio Pistoni, a cui seguirà la conferenza dell’architetto Vincenzo Vandelli dal titolo “La grotte rustique au boit d’un petit canal” del Palazzo Ducale di Sassuolo.

“Si tratta di uno degli angoli più romantici della nostra città – afferma l’Assessore alla Cultura del Comune di Sassuolo Giulia Pigoni – e al tempo stesso un vero e proprio patrimonio stoico, artistico e culturale che per troppi anni è rimasto nascosto, coperto da una parte e inaccessibile dall’altra. Oggi, con un grande lavoro che ha coinvolto pubblico e privato, abbiamo restituito a Sassuolo la vista di quella che è una vera e propria opera d’arte, un luogo che, assieme a Palazzo Ducale, è in grado di lasciare a bocca aperta anche il visitatore dal palato più raffinato”.

La storia della Peschiera

Varcato il monumentale ingresso ai giardini ducali, ottenuto demolendo l’antica chiesa di San Francesco in Rocca, si è accolti dalla suggestiva visione della grande Peschiera, edificata a partire dalla metà del Seicento sul luogo in cui si trovavano l’antico fossato castellano e i mulini della comunità.

Una “grotte rustique, au bout d’un petit canal”, come ebbe a definirla Charles-Nicolas Cochin nel suo Voyage d’Italie del 1758; una stupefacente macchina idraulica, un tempo definita da filari interni ed esterni di alberi, organizzata su più livelli entro alte mura, in parte appartenenti alla precedente cinta castellana tre-quattrocentesca, che si trasforma in affascinante rovina e in scenografico “teatro delle fontane”. Se la vasca per l’allevamento ittico, infatti, può rammentare la platea, i vari piani destinati al passeggio non possono non ricordare gli ordini sovrapposti di palchi che caratterizzano i teatri “all’italiana”; così come la cosiddetta “montagna”, che chiude scenograficamente la prospettiva, e sulla quale campeggia l’aquila estense entro un ovale a giorno, non può non evocare un fondale scenico.

Spalanca ancora alle suggestioni del teatro la stessa destinazione d’uso, che all’approvvigionamento di pesce per la mensa ducale e al semplice svago capriccioso dell’otium di corte affiancava quello ben più aulico di ambientazione entro cui allestire naumachie o altre mises en scène che necessitavano la presenza dell’acqua.

A metà tra “natura pietrificata” e “costruzione dell’uomo andata in rovina”, è la sua stessa struttura, composta di un’ossatura in laterizio rivestita di rocce calcaree, a evocare lo scenografico mondo degli allestimenti effimeri, che nel Barocco trovarono la loro massima espressione. Alla “natura pietrificata” delle ghirlande di rocce, che un tempo raccordavano tra loro i pinnacoli della “montagna”, di cui oggi non restano che le nude armature di metallo, fa riscontro infatti la ritmica scansione architettonica dei volumi, ancora ben leggibile sotto il parato roccioso, che pare connotarsi come un’incrostazione del tempo su un’architettura “in rovina”; quasi un’allegoria della caducità delle opere umane, ovvero l’arte travolta dall’invasiva potenza primigenia della natura, solo in parte ingentilita, nel corso del Settecento, da decorazioni a coquillage, su temi pastorali, che impreziosirono con conchiglie bianche e nere e luccicanti inserti vitrei le superfici delle pareti, evocando l’Arcadia.

Come per lo scalone monumentale del vicino Palazzo Ducale, anche qui alla figura del romano Bartolomeo Avanzini, architetto incaricato di trasformare l’antico castello sassolese nella “Delizia” dei duchi d’Este, va accostata quella del reggiano Gaspare Vigarani, scenografo e ingegnere idraulico al servizio anche di Luigi XIV di Francia. A lui, anzi, spettarono sicuramente i meriti maggiori per l’ideazione di questa fontana rustica monumentale, “iperbolica enfatizzazione del grottesco” – come la definì Anna Maria Matteucci – che guarda agli apparati fontanieri di Villa d’Este a Tivoli e a quelli effimeri della Roma barocca, e si connota come un unicum nel territorio emiliano, per la straordinaria originalità con cui ha saputo raccordare tra loro le tipologie della montagna, della grotta e del teatro d’acqua, veri e propri topoi dei giardini manieristici, distillandone la sintesi più audace e bizzarra della tradizione dei giardini estensi. D’altronde, fu proprio su progetto di Vigarani, che pochi anni prima aveva in parte diretto il restauro del sistema idraulico della villa estense di Tivoli, che fu modificato, in collaborazione con Avanzini e con Cristoforo Malagola, detto il Galaverna, il sistema di adduzione delle acque del fiume Secchia, con la ricostruzione del Canale di Modena, per aumentarne la portata e azionare così il complesso sistema idraulico delle nuove fontane del Palazzo Ducale di Sassuolo.

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